Marsiglia 04.03.2001
«L’Oceano mi ha insegnato la paura» Rizzi, l’italiano che ha vinto The Race: «Tra gli iceberg ho creduto di morire»Felicità è un tozzo di pane fresco da gustare con la bocca che sa ancora di sale. Felicità è il festoso casino del porto vecchio di Marsiglia, dove prima di riuscire a salutare un amico devi abbracciare venti sconosciuti che ti chiamano «mito». «Mito io?! Roba da matti...». Sono le solide radici friulane, a fregarlo. Ad ancorarlo con i piedi per terra. A impedirgli di urlare la gioia di essere il primo italiano a vincere un giro del mondo senza scalo, con record incorporato: 62 giorni, 6 ore, 56 minuti e 33 secondi per chiudere con il catamarano Club Med il cerchio di mare e di vento di The Race, la regata del Millennio. Stefano Rizzi, 33 anni incrostati di salsedine, racconta l’esperienza che gli ha cambiato la vita e che ha spostato un po’ più in là i confini della vela, ampliandone gli orizzonti in fatto di tecnologia e performance.
Bentornato, Rizzi. Che cosa non dimenticherà mai di The Race?
«L’arrivo. Di notte, al buio, con il mare che brulicava di barche. Dopo la Whitbread e la Coppa America credevo di aver visto tutto. Invece...».
Invece?
«Sono riuscito ad emozionarmi come mai in vita mia. Gli amici in banchina, i miei genitori per la prima volta all’arrivo di una regata. Sono stato letteralmente travolto».
Tre aggettivi per The Race.
«Massacrante, indimenticabile, una lezione di vita».
Perché massacrante?
«Perché tiene impegnati fisico e testa senza tregua. Su 62 giorni di navigazione non ne abbiamo avuto uno senza problemi. E stress e stanchezza crescevano continuamente».
Dubbi di non farcela?
«Dopo la bolina fino alle Canarie ho pensato di aver fatto il passo più lungo della gamba. Volevo scendere!».
E poi?
«Poi, da vero friulano, ho deciso che i problemi dovevo risolvermeli da me. Ho pensato agli amici, alla voglia di rivederli. Alle cene all’osteria, alle gite in bicicletta sulle mie strade. Ciascuno ha le sue paure da superare. Sei giri del mondo alle spalle, in una regata così, non contano nulla. Club Med ha vinto perché abbiamo avuto tutti una paura fottuta».
Il momento più brutto?
«Tra gli iceberg dell’Oceano Indiano. Se fosse arrivato un elicottero a prendermi, ci sarei salito! Poi la bolina a sud di Rio de Janeiro. Avevo già deciso in che scafo buttarmi se Club Med si fosse spaccato in due».
Il momento più bello?
«La haka dei pescatori nello stretto di Cook. Tagliare la linea d’arrivo con 20 nodi di vento. La barca, ormai, era diventata un prolungamento del nostro corpo. Riuscivamo a sentirla respirare».
Perché è stata una lezione di vita?
«Perché ho imparato a superare qualsiasi difficoltà pensando positivo. A 33 anni, ho deciso. Penserò meno alla carriera e più agli altri: voglio aiutare i bambini della Fondazione di Francesca Rava, un’amica che non c’è più».
È stata una vittoria degli uomini o della tecnologia?
«Senza la qualità e il coraggio degli uomini, il carbonio non serve a niente. The Race è stata vinta dall’equipaggio, non da Club Med».
Il vostro record del giro del mondo non sarà omologato.
«Peccato. Potevamo abbassarlo di 15 giorni. Comunque abbiamo disintegrato De Kercauason!».
Adesso?
«Sabato torno a casa. Lunedì prossimo ricomincio ad allenarmi con il Sydney 40 italiano che parteciperà all’Admiral’s Cup. Voglio scrivere un libro su The Race e cominciare a trovare gli sponsor per Atene 2004».
Ieri sera ha finalmente dormito in un letto dopo 62 giorni. Sogni?
«Nessuno. Ho riposato due ore, poi sono scattato in piedi: credevo che fosse il mio turno in coperta!».
Gaia Piccardi (Corriere della Sera